Mistero Infinito

di Antonio Bellomi



L’oggetto era di grandi dimensioni, ma non enorme. Da secoli e secoli procedeva lungo una rotta non segnata su alcuna carta nautica, come una cometa che ha un suo percorso di cui nessuno conosce l’origine e la fine. L’oggetto era nero, metallico, non emetteva né luci né segnali né emanava radiazioni di sorta; poteva sembrare un semplice ciottolo spaziale, ma non lo era perché era stato forgiato da un’intelligenza aliena.

Non era dotato di motori propulsori eppure viaggiava nel cosmo a una velocità solo di poco subluce impressa in origine dai suoi misteriosi costruttori che l’avevano lanciato lungo un’orbita iperbolica che non avrebbe mai avuto fine.

L’incontro con l’uomo non era stato previsto.

* * *

Padre Oneis si sentiva a disagio nella ricca anticamera del Vaticano. Il divano era troppo morbido e si sentiva sprofondare nel pregiato velluto rosso che lo ricopriva. Dai quadri appesi alle pareti lo osservava una dozzina di antichi prelati che parevano volerlo interrogare con espressione severa.

“Cosa fai qui?” sembrava gli dicessero. “Tu, piccolo indegno prete spaziale, che cosa puoi volere comunicare a Sua Santità? Questo è il luogo in cui converge tutta l’essenza della cristianità, questa è la sede del pensiero illuminato. Non è posto per te.”

Una porta scricchiolò leggermente e quando si aprì lasciò passare un sacerdote di mezza età dagli occhi a mandorla. Monsignor Abykaev, il segretario particolare di Sua Santità Papa Karim II, il terzo papa originario del Kazhakistan.

“Sua Santità la riceverà fra breve,” gli comunicò seccamente, con tono privo di simpatia.

“Grazie,” rispose umilmente Padre Oneis e strinse forte tra le mani la cassetta metallica, avvolta in una busta di velluto nero da cui non si separava mai da mesi.

Monsignor Abykaev lo osservò in silenzio, esaminando con una certa curiosità quel piccolo, insignificante prete che aveva smosso mari e monti a tutti i livelli gerarchici per avere un colloquio riservato col Santo Padre senza volerne rivelare la ragione.

“Si renderà conto che questo colloquio che le è stato concesso in via del tutto eccezionale è fuori da ogni procedura,” gli disse alla fine dell’esame. “E a mio parere non glielo si sarebbe dovuto concedere,” concluse con un sorriso agro.

Monsignor Abykaev non amava sentirsi scavalcato. Era lui che scandiva gli appuntamenti del Pontefice e le pressioni che aveva esercitato su di lui un importante cardinale romano lo indispettivano. Ma nonostante la sua potenza alla fine aveva dovuto cedere.

Padre Oneis non disse nulla. Si reputava fortunato per il colloquio che gli era stato concesso e non intendeva correre il rischio di rovinare tutto con una frase imprudente, anche se gli costava fatica trattenersi.

Monsignor Abykaev gettò un’occhiata all’orologio. “Mi segua,” ordinò in tono altezzoso. “Il Santo Padre l’aspetta.”

* * *

Papa Karim II sedeva dietro una scrivania imponente su cui non stava neanche un foglio di carta. Era un uomo ancora giovanile, nonostante i suoi settant’anni, imponente d’aspetto e con una corona di capelli bianchi che gli conferiva una certa aria di paterna benevolenza. Gli occhi erano severi, ma non esprimevano durezza. Erano occhi di una persona che non amava perdere tempo, di una persona che sapeva di avere un’importante missione da assolvere e che non ammetteva che gli fossero frapposti ostacoli.

Sotto il suo pontificato le procedure avevano subito una radicale rivoluzione e ora la Chiesa era retta con mano ferma da grande manager aziendale. Orpelli e ostentazione erano stati aboliti e anche se molti in Vaticano avevano storto il naso di fronte a quelle innovazioni, alla fine avevano dovuto abbassare la testa e accettare il nuovo stile.

Il Pontefice tese la mano e Padre Oneis baciò l’anello. Un omaggio al simbolo, non all’uomo.

“Si sieda,” gli disse affabilmente Papa Karim II. “Mi è stato riferito che ha cose importanti da comunicarmi. Il Cardinale Ponzio è stato molto convincente. Le posso concedere quindici minuti.”

“Basteranno,” rispose gravemente Padre Oneis. Si sedette, sempre tenendo in grembo la cassetta metallica.

L’occhio del Pontefice si posò su di essa, ma Karim II non disse nulla, aspettando che fosse l’altro a parlare per primo.

“Come lei sa vengo da una spedizione stellare nella zona di Canopo,” cominciò Padre Oneis. “Sono.. ero... il cappellano di bordo.”

Papa Karim II annuì, senza dire nulla, ma i suoi occhi grigi e penetranti dicevano chiaramente a Padre Oneis di andare avanti.

“Un viaggio di assoluta routine,” continuò il sacerdote, “fino al giorno in cui la nostra rotta si è incrociata con quella di un oggetto sconosciuto di fabbricazione aliena.”

“Un’astronave?” chiese il Pontefice.

Padre Oneis scrollò le spalle. “Difficile dirlo. Era un ovoide metallico di grandi dimensioni lanciato a velocità subluce, ma apparentemente privo di motori. E così è risultato quando ne abbiamo frenato progressivamente la velocità mediante raggi inversori fino ad arrestarlo. Non starò a raccontarle i particolari tecnici, non hanno importanza per noi. Poi abbiano indossato le tute spaziali e siamo penetrati all’interno di questo ovoide e abbiamo scoperto che effettivamente non aveva motori. Era solo un manufatto di origine aliena, del tutto sconosciuta, che conteneva al suo interno solo questa cassetta.”

Così dicendo sfilò la custodia di velluto e posò sulla scrivania una cassetta metallica lunga circa ottanta centimetri e larga e alta trenta.

Papa Karim II inarcò un sopracciglio di fronte a quel gesto poco protocollare, ma si limitò a dire: “Vada avanti.”

Padre Oneis accarezzò con un gesto di venerazione la cassetta. “Solo questa cassetta, capisce. Era stato lanciato nel cosmo un manufatto alieno a cui era stata impressa una velocità di poco subluce lungo una rotta iperbolica che l’avrebbe portato sempre più lontano senza possibilità di ritorno solo per contenere questa cassetta metallica.”

“Mi farebbe pensare a un mausoleo,” osservò il Pontefice. “E avete scoperto, immagino, che cosa contenesse la cassetta.”

Padre Oneis annuì gravemente. “Sì, non è stato difficile aprirla. Il coperchio era sigillato, ma il laser l’ha aperto con facilità.”

Qualcuno bussò alla porta e un istante dopo Monsignor Abykaev fece capolino. “Santità, i quindici minuti sono trascorsi. L’attende l’ambasciatore delle Americhe Unite...”

Papa Karim II fece un cenno di diniego con la mano. “Non ora. Trovi una scusa valida per rimandare. E... non voglio essere interrotto.”

“Ma...” protestò il segretario particolare.

“Faccia come ho detto,” ordinò seccamente il Pontefice e ritornò a posare lo sguardo su Padre Oneis. Nei suoi occhi brillava una luce intensa. “Vada avanti.”

Monsignor Abykaev rivolse un’occhiata velenosa a Padre Oneis e si ritirò, chiudendo la porta.

“Cosa conteneva la cassetta?” chiese Karim II e Padre Oneis si sentì a disagio perché gli sembrava che il Pontefice avesse già letto dentro di lui la risposta.

“Delle ossa,” rispose. “Semplicemente delle ossa umane.”

Ci fu un momento di silenzio, carico di tensione.

“Prosegua...” lo sollecitò il Pontefice.

Padre Oneis provò di nuovo una sensazione di disagio. “A bordo nessuno era interessato a quelle ossa e le hanno affidate a me perché procedessi a cremarle. A loro interessava soprattutto studiare il manufatto alieno.”

Il sacerdote si interruppe e si passò una mano sulla fronte, accorgendosi che era leggermente sudata, nonostante la temperatura fresca della stanza. “Io al momento non avevo nulla da fare. Deve sapere che i miei studi hanno incluso anche un corso di paleontologia, così prima di procedere con la cremazione ho deciso di fare qualche esame.”

Gli occhi del Pontefice lo fissavano penetranti e Padre Oneis provò quasi una sensazione di paura a proseguire.

“Ho eseguito quindi gli esami di routine, determinare se erano ossa veramente umane, il sesso, l’età al momento della morte, la vetustà delle ossa...” la voce gli si incrinò. “Santità,” balbettò,” erano ossa umane, di giovane maschio, morto attorno ai trentatré anni di morte violenta, duemilaquattrocento anni fa... e...”

Il volto del Pontefice era ora pallidissimo. “E...”

La voce di Padre Oneis si ridusse a un sussurro. “E poi mi è sorto un dubbio... un dubbio blasfemo, Santità, e ho incrociato il DNA di quelle ossa con il database del DNA del mio computer personale... e ho trovato una corrispondenza col DNA delle tracce organiche di una santa reliquia... la Sacra Sindone...”

Il Pontefice chiuse gli occhi mentre un’espressione di intensa sofferenza si dipingeva sul suo volto.

“Erano le ossa di Nostro Signore, Santità,” sussurrò Padre Oneis, poi la sua voce divenne stridula per la tensione. “Le ossa di Nostro Signore, ma questo non è possibile, perché Nostro Signore è risorto il terzo giorno... il terzo giorno è risorto...” ripeté meccanicamente.

Il Pontefice riaprì gli occhi colmi di infinita tristezza. “Si rende conto di quel che dice?” chiese con voce flebile. “Tutta la nostra religione si basa sull’assunto della Resurrezione, su Nostro Signore Gesù Cristo che il terzo giorno è risorto ed è salito al cielo per congiungersi al Padre... non per finire in un mausoleo di fattura aliena!”

Padre Oneis abbassò gli occhi e si torse le mani. “È per questo che ho fatto di tutto per avere questo colloquio con lei, Santità. Io sono solo un povero sacerdote, questo è un peso troppo grande per me, non posso che rimettermi alla sua infallibilità...”

Infallibilità... che ironia, pensò Karim II. Poi si riscosse e trapassò con lo sguardo Padre Oneis.

“Ha comunicato a qualcuno la sua scoperta?”

Il sacerdote scosse la testa. “No, a nessuno.”

“E nessuno dovrà saperlo,” sentenziò con energia il Pontefice. “Mi capisce? Lei dovrà conservare questo segreto per sempre. Lo so, sarà un peso immane per lei, una sofferenza che lei vivrà giorno dopo giorno, anno dopo anno, ma una rivelazione di questo genere finirebbe con l’avere conseguenza catastrofiche per tutti noi. Siamo riusciti a sconfiggere le deviazioni eretiche nel corso della nostra storia, a sconfiggere l’ateismo dilagante della società edonistica, ma ora è la struttura stessa della nostra civiltà che è a rischio, perché verrebbe minato il principio fondamentale della nostra religione.”

Padre Oneis fece un cenno d’assenso. “Nessuno saprà mai nulla da me,” disse con energia. “Ho fatto voto di obbedienza e intendo mantenerlo, Santità. Sarà fatta la Sua volontà.”

Papa Karim II si alzò in piedi e, girato attorno alla scrivania, abbracciò strettamente Padre Oneis. “Porteremo insieme questa croce,” disse a bassa voce.”

* * *

La cassetta era pesante per un uomo di settant’anni, ma Karim II non aveva voluto farsi accompagnare da nessuno mentre varcava la porta blindata del locale più segreto del Vaticano, ben nascosto nelle viscere della terra, quello di cui solo i papi potevano possedere la chiave e a cui solo loro potevano accedere.

La pesante porta blindata si chiuse alle sue spalle e il vecchio Papa provò un improvviso senso di claustrofobia, ma si fece forza e proseguì lungo il corridoio d’acciaio fino ad arrivare alla piccola cripta in fondo a esso.

Qui su un lungo altare di marmo rosso erano posate una dozzina di cassette di forma e metalli diversi, ma di dimensioni più o meno uguali a quella che il Pontefice portava con sé e che spinse sull’altare accanto alle altre.

Il suo sguardo indugiò su di esse e gli occhi gli si riempirono di lacrime. “Oh, Signore,” disse, “qual è il tuo infinito mistero?”

Ogni cassetta era contrassegnata da una targa in oro. Damasco 80 d.C., Antiochia 203 d.C., Parigi 1211 d.C., Samarcanda 1512 d.C, e così via, Boston 1996 d.C., Luna Cratere Tycho 2050 d.C, fino all’ultimo, o meglio al penultimo della serie, Aldebaran IV 2324 d.C.

“Tutto è così misterioso attorno a te, Signore,” disse con voce tremante. “Tu sei risorto e salito in cielo, ma le tue ossa sono state ritrovate in epoche diverse in ogni parte della Terra e dell’Universo. E tutte sono risultate appartenere allo stesso uomo che è stato messo in croce duemilaquattrocento anni fa. Ossa che hanno lo stesso DNA delle tracce organiche della Sacra Sindone che agli esami di laboratorio risulta un manufatto di epoca medievale.”

L’anziano Papa si inginocchiò e congiunse la mani. “Ma com’è possibile che lo stesso DNA delle Sindone sia presente su ossa preesistenti e com’è possibile che tutte queste ossa siano identiche e che siano di Nostro Signore Gesù Cristo? Io vorrei capire, Signore, io desidero capire, ma tu resti un mistero inafferrabile e a me resta solo la fede a sorreggermi.”

Una lunga pausa, poi dalle labbra del Pontefice scaturirono le antiche parole: Pater Noster qui es in caelis...


Copyright © 2010 by Antonio Bellomi
First Italian publication, in a slightly different form,
in Urania #1544, Arnoldo Mondadori Publisher
© Antonio Bellomi, 2009

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