Scalo a Mariner Point

a Port of Call

di Antonio Bellomi


La prima cosa che lo colpì è che quasi tutti i passeggeri della Deimos erano originari della Terra. Li si riconosceva subito per l’espressione un po’ spaurita di chi non ha assimilato ancora le regole della vita nello spazio. Mentre un qualsiasi viaggiatore originario di Marte o della Luna si muoveva con disinvoltura, perfettamente a suo agio in un ambiente che gli era naturale fin dalla nascita, il terrestre dava l’impressione che gli mancasse sempre qualcosa. E ciò era vero, pensò Uriel Qeta, di sicuro ai terrestri mancava l’aria aperta, la luce del sole, il vento.

Lasciò vagare lo sguardo nella sala della pranzo dell’astronave ed esaminò i viaggiatori che stavano sedendosi ai tavolini. Molte di quelle persone viaggiavano da sole, chiaramente uomini d’affari o tecnici in trasferta, ma c’erano anche tre o quattro famigliole, complete di bimbi al seguito e queste erano chiaramente originarie di Marte, come dimostrava l’abbigliamento dai colori sgargianti, tipico dei primi coloni marziani e poi conservato nei decenni. Accostamenti di colori come il rosso, il verde e il giallo o l’oro col viola e l’arancione erano predominanti.

Tra le donne spiccava una bellissima mulatta, dalle lunghe gambe inguainate in un aderente paio di pantaloni di pelle cremisi, con blusotto color oro fosforescente a righe oblique verdi che evidenziava un seno prorompente e unghie viola anch’esse fosforescenti. I capelli erano tinti di verde con frezza aranciata. Chiaramente una marziana autoctona.

Per chissà quale ragione provò un senso di irragionevole irritazione quando di tre uomini seduti a un tavolo e vestiti sobriamente di colori scuri non riuscì a decidere l’origine. Terrestri? Forse, ma di pelle non abbastanza colorita. Marziani? Improbabile, non avevano la pelle sufficientemente chiara. Lunari? L’istinto gli diceva di no. Lo irritava sempre quando si trovava di fronte a qualcosa che sfuggiva al suo senso di razionalità.

La sua irritazione aumentò quando un’ombra gli si parò innanzi, togliendogli la visuale. «Il dottor Qeta... il dottor Uriel Qeta?» domandò una educata voce femminile, col tono sicuro di chi in effetti conosce già la risposta.

Uriel Qeta sollevò gli occhi stupito e vide che si trattava della marziana dai capelli verde smeraldo che aveva notato poco prima nella sala. Nonostante i suoi centotrenta chili di peso si alzò in piedi cercando di sfoderare tutto il suo fascino di scapolo lunare. «In persona. In che posso esservi utile?»

«Posso sedermi al vostro tavolo?» Senza aspettare una risposta la donna si sedette di fronte a lui e posò la borsetta da sera alla sua destra. «Mi chiamo Lirna Kii, professore. E ho appena assistito alla conferenza sulla psicologia degli extraterrestri di seconda generazione che avete tenuto all’Università di Luna-City. Siete stato semplicemente affascinante

«Io sono sempre affascinante, shimai Kii,» ribatté Uriel Qeta, usando l’appellativo preferito delle giovani marziane. «E la modestia non fa parte delle mie virtù.»

La donna gli rivolse un sorriso sfolgorante come i suoi capelli. «Non è adulazione la mia, professore, credetemi. Lo penso veramente.»

Qeta sorrise. «Mi fa molto piacere sentirlo. Una delle ragioni per cui mi sobbarco annualmente un’incredibile quantità di ore di navigazione planetaria è l’appagamento del mio ego. In parole povere mi piace sentirmi dire che sono bravo.»

«E questa ragione viene prima o dopo il motivo dei favolosi compensi che la stampa vi attribuisce?»

Un sorriso ironico sfiorò le labbra del famoso planetologo. «Già, la stampa. Qualcosa mi dice che voi ne fate parte. Lirna Kii, avete detto? Questo nome mi fa squillare un campanello.»

La bella marziana socchiuse gli occhi. Erano smeraldini come la sua capigliatura, con taglio leggermente a mandorla. Affascinanti, pensò Uriel Qeta, decisamente affascinanti. E terribilmente pericolosi. Un uomo avrebbe potuto facilmente perdercisi. Ma forse valeva la pena di perdercisi, dopo tutto. Sospirò.

«Bevete un drink con me?» le chiese il planetologo. «In cambio potreste rivelarmi quale affascinante incarico vi ha portato a incrociare la mia strada.»

La donna si rilassò. Posò le lunghe mani sul tavolo. Aveva unghie ben curate, viola e fosforescenti. Perfettamente alla moda. «Perché no? In fondo vi ho agganciato per questo.»

Le bevande arrivarono. Della semplice kerqua aromatica. Qeta adorava quel leggero gusto di salvia e a quanto sembrava Lirna Kii condivideva i suoi gusti.

Nella sala nessuno badava a loro. Tutti avevano finito ormai di pranzare e chiacchieravano del più e del meno. Uriel Qeta decise che era ora di venire al punto.

«Chi siete veramente, Lirna Kii?» chiese a voce bassa. «E che cosa volete veramente da me? Sempre che Lirna Kii sia veramente il vostro nome.»

La donna sorrise. «Sì, sono veramente Lirna Kii, e avrete sentito il mio nome connesso a un’indagine riguardante il Dossier Mirkovitz, quello...»

Il viso di Uriel Qeta si rischiarò di colpo. «Certo! Ora ricordo. Voi siete quella giornalista... come vi definite... giornalista investigativa, sì... e vi occupate di spie e spionaggio planetario. Adorate andare a caccia dei retroscena più nascosti per poi metterli in piazza. I vostri servizi sono apparsi perfino nei notiziari di Luna-City.»

Una risatina argentina, che a Uriel Qeta ricordò un tintinnare di campanelli. «Detto così mi fate sembrare più una cacciatrice di scandali che non una investigatrice quale in realtà sono.»

Le luci nella sala erano state leggermente abbassate per consentire una maggiore intimità. O creare un’atmosfera da cospiratori.

Qeta rimase per qualche secondo in silenzio. C’era qualcosa che continuava a non convincerlo in quel contatto. Non era in grado di spiegare perché avesse quella sensazione, ma di una cosa era certo. Lirna Kii non si era seduta al suo tavolo solo per scambiare qualche chiacchiera banale o rivolgergli complimenti fuori luogo.

La donna si portò alla bocca il bicchiere di kerqua e sorseggiò lentamente aromatica bevanda, continuando a fissarlo con quei suoi intensi occhi verdi. Uriel Qeta socchiuse i suoi, come per proteggerli da un riverbero troppo forte. «Adesso smettiamola di giocare con le parole,» disse dopo un attimo di silenzio. «Vi ripeto la domanda, shimai Kii. Che cosa volete da me? Perché vi siete seduta al mio tavolo?»

Lirna Kii posò lentamente il bicchiere. La sua espressione era diventata estremamente seria. «Ho bisogno del vostro aiuto,» rispose.

Qeta inarcò un sopracciglio, sorpreso. «Del mio aiuto? Qui? Adesso?»

«Non esattamente qui. Ma fra trenta ore standard. Quando attraccheremo all’astroporto marziano di Mariner Point.»

«All’astroporto di Mariner Point? Allora sarà difficile che vi possa aiutare. Io non mi fermo su Marte. O meglio, mi fermerò solo quel tanto che mi basterà per cambiare astronave. La mia destinazione è da tutt’altra parte. E poi Marte è il vostro pianeta. Non vedo proprio in che cosa potrei aiutarvi. Su Marte io sono uno straniero.»

«Infatti. Voi siete diretto a Encelado, il satellite di Saturno. Vi imbarcherete su un’astronave della Terza Squadra di Marte in compagnia di un ristretto gruppo di scienziati e studiosi, molti dei quali si trovano proprio a bordo di questa astronave...»

Uriel Qeta trasalì, ma riuscì a mascherare bene lo stupore. La donna lo fissava con sguardo penetrante come per capire quanto il suo affondo diretto l’avesse colpito. «Voi non dovreste sapere nulla di questo viaggio,» osservò Qeta in tono leggermente irritato. «Mi avevano assicurato che si sarebbe svolto nella massima segretezza.»

Lirna Kii sorrise. «Ma non avete appena detto che sono la migliore giornalista investigativa?»

Il planetologo scosse la testa. «No, non l’ho detto, anche se forse l’ho pensato. E va bene, ammettiamo, ma guardate che non lo confermo, ammettiamo solo per pura ipotesi che io mi imbarchi su quell’astronave militare che avete detto. Voi che c’entrate in tutto questo?»

«C’entro in quanto voglio esserci a bordo anch’io.»

«Questo è assolutamente fuori discussione, shimai Kii!» esplose Uriel Qeta. Adesso era veramente irritato. Una richiesta assolutamente inopportuna. Dopotutto quella donna la conosceva solo per nome. Come poteva avere pensato che...

Lirna Kii appariva calmissima, come se non si rendesse conto dell’enormità della richiesta. «Scommetto che adesso state pensando che sono di un’impudenza incredibile,» commentò serena. «E se può consolarvi, non ho difficoltà ad ammetterlo. Del resto è così che mi sono fatta strada in questo mondo di lupi.»

«Voi siete assolutamente incredibile,» disse il planetologo, scrollando la testa. «Nessun altro avrebbe avuto la faccia tosta di rivolgere una richiesta del genere a una persona che non ha mai conosciuto prima. Nessuno...»

«Nessuno tranne me.»

«Tranne voi,» concesse Uriel Qeta. Rimase pensieroso un attimo poi aggiunse. «Forse farei meglio a troncare immediatamente questa conversazione, ma solo perché siete Lirna Kii vi dirò che anche volendo non potrei mai soddisfare la vostra richiesta. Ci sono... diciamo dei validi motivi per cui la mia risposta sia no.»

«Validi motivi come per esempio che su Encelado verrà collaudata una nuova arma segreta particolarmente adatta a essere impiegata nella cintura degli asteroidi dove il Fronte Indipendentista Interplanetario si fa ogni giorno più minaccioso? E che le personalità che sono state selezionate per assistere alle dimostrazioni sono state scelte con estrema cura?»

«Queste cose voi non dovreste neanche saperle, shimai Kii» disse Uriel Qeta, glaciale. «E, sapendole, non dovreste rivolgermi richieste assurde che sapete benissimo che non posso, né comunque vorrei, secondare.»

Lirna Kii sospirò. «Sarebbe sufficiente che voi garantiste per me. Siete abbastanza influente per poterlo fare. Non siate modesto.»

Un’ombra si profilò su di loro e Uriel Qeta alzò di scatto gli occhi, temendo una nuova intrusione, ma si trattava solo di un cameriere che passò via senza badare a loro. Il planetologo riportò l’attenzione sulla giornalista che gli stava di fronte. «Ho già risposto di no,» disse con voce fredda. «Non insistete, shimai Kii. Anzi dovrei fare già rapporto agli organizzatori, perché voi non dovreste essere al corrente di quella che è un’operazione ultrasegreta.»

La marziana chinò un attimo la testa. Ma Uriel Qeta fu sicuro che non si trattasse affatto di un cenno di contrizione. Gli sembrava di vedere le rotelline vorticare furiosamente in quella bella testa alla ricerca di una soluzione. Ma non c’erano soluzioni per Lirna Kii. Di questo era sicuro. Sicuro?

La giornalista alzò di scatto la testa. «Vi offro in cambio un’informazione,» disse secca. «C’è una spia del Fronte Indipendentista Interplanetario a bordo di questa astronave.»

Uriel Qeta che già si stava alzando per porre definitivamente fine a quella fastidiosa discussione, ricadde di colpo a sedere con tutto il peso dei suoi centotrenta chili.

«Come avete detto?» riuscì a esalare a fatica.

Gli occhi di Lirna Kii ridevano o meglio irridevano. E Uriel Qeta seppe con assoluta certezza che la donna non stava affatto bluffando.

«Ho detto che a bordo della Deimos c’è una spia del Fronte.»

Una spia! Uriel Qeta fu colto da un brivido. Se la dimostrazione della nuova arma segreta fosse avvenuta alla presenza di una spia del Fronte metà del vantaggio della nuova arma sarebbe stato perso in partenza. Ma soprattutto era preoccupante che il Fronte fosse riuscito a infiltrare una spia in quello che doveva essere un gruppo di personalità ultrafidate che avevano superato il vaglio di vari gradi di sicurezza.

«Shimai Kii,» disse il planetologo con voce ferma. «Se sapete qualcosa di preciso su una presunta infiltrazione dovete parlare. Quando sbarcheremo a Mariner Point mi seguirete al comando dell’astroporto e... rivelerete quanto sapete a chi di dovere...»

«E voi garantirete per me in modo che possa fare parte del gruppo?»

Uriel Qeta ebbe un gesto di esasperazione. «Questo non dipende da me.»

«Ma un vostro intervento a favore avrà un peso notevole,» osservò la giornalista, alzandosi in piedi, come per andarsene. «Ne sono sicura.»

«Un momento.»

Uriel Qeta scattò in piedi con un’agilità insospettabile in un uomo di quel peso e l’afferrò per un braccio prima che si allontanasse. «Aspettate. Ditemi chi è l’infiltrato. Non si sa mai che cosa potrebbe succedere.»

Lirna Kii gli scoccò uno dei suoi affascinanti sorrisi. «Volete dire che potrebbe cercare di eliminarmi?» Fece una smorfia. «In tal caso, la gloria sarà tutta vostra. Come ho già detto siete un uomo affascinante.» E con quelle parole misteriose sfilò il braccio dalla presa di Uriel Qeta, allontanandosi ancheggiando leggermente.

Il planetologo rimase incerto se correrle dietro o andare in cabina, poi decise che, se anche l’avesse raggiunta, Lirna Kii non avrebbe rivelato nulla di più di quanto aveva già detto.

Quella ragazza sapeva di avere il coltello per manico e di sicuro sapeva giocare molto bene le sue carte. Non avrebbe sprecato l’unico atout che aveva. Non per nulla nel suo ramo era la migliore in assoluto.

* * *

Ora Lirna Kii era morta. Giaceva scomposta sul pavimento della sua cabina, nel punto in cui era crollata quando era stata colpita al cuore da quello che sembrava un tagliacarte.

Un banale tagliacarte. Con tutte le sofisticate armi che esistevano nel sistema planetario, l’assassino era ricorso a una delle armi più antiche. Ma era anche logico. Non era facile passare i controlli di sicurezza degli imbarchi con indosso armi da fuoco o ad aria compressa.

Anche nella morte e nella scompostezza della posizione, Lirna Kii manteneva intatta la sua sfolgorante bellezza. Uriel Qeta rivolse uno sguardo interrogativo al comandante della Deimos che l’aveva fatto chiamare da uno degli steward di bordo.

«Perché me? Perché avete fatto chiamare proprio me?» gli chiese meravigliato. «Io sono solo un planetologo, uno scienziato, non un poliziotto.»

«Ma la vostra fama di investigatore è ben nota,» gli rispose il comandante Jon Kerensky. «Il mio buon amico Walter Keyrs dei Servizi di Sicurezza di Olympus City mi ha raccontato di come lo avete aiutato in un paio di casi.»

«Ah, Walter Keyrs...» Uriel Qeta sorrise debolmente. «Sì, in effetti gli sono stato d’aiuto, ma non per questo posso essere considerato un investigatore. Io penso che sia meglio non toccare nulla in questa stanza e lasciare che la polizia dell’astroporto di Mariner Point svolga il suo lavoro.»

Il comandante Kerensky fece un gesto verso il capo della Sicurezza di bordo che era rimasto fino in quel momento in disparte. «In effetti c’è un’altra ragione per cui vi ho fatto chiamare. Il signor Kadar ha qualcosa per voi.»

Il capo della Sicurezza gli porse una busta sigillata su cui un’elegante grafia aveva scritto Per il dottor Uriel Qeta.

«Per me?» esclamò il planetologo, sorpreso. Prese la busta e la soppesò un attimo, perplesso. «Da chi proviene? Non ditemi da...»

Il comandante fece un cenno d’assenso. «Esattamente, da Lirna Kii. L’ha lasciata in deposito ieri sera all’ufficio posta, con la disposizione di consegnarvela all’arrivo a Mariner Point, se non l’avesse ritirata prima. Quando lo steward ha scoperto il cadavere ed è corso ad avvertirmi mi trovavo casualmente all’ufficio posta e il responsabile mi ha segnalato la presenza di questa lettera. La disposizione di Lirna Kii a quel punto mi è sembrata alquanto strana, quasi...»

«Quasi che avesse voluto lasciare un messaggio nel caso le fosse successo qualcosa e non fosse arrivata viva allo sbarco a Mariner Point,» concluse Uriel Qeta.

«Direi che è il caso di verificare il contenuto di quella busta,» osservò il comandante con impazienza, vedendo che il planetologo esitava. «Potrebbe contenere qualche indizio importante.»

Uriel Qeta sussultò. «Sì, certo,» mormorò. Per un istante si era astratto dal mondo, ripensando alla vivacità di Lirna Kii, alla sua passione per gli intrighi politici. Solo che questa volta il gioco era stato troppo pericoloso e qualcuno che non voleva essere individuato aveva deciso di metterla a tacere per sempre.

Con un gesto nervoso strappò un lembo della busta ed estrasse un unico foglio su cui era scritto:

Se questo messaggio giungerà in mano vostra vorrà dire che la spia del Fronte a bordo della Deimos mi avrà eliminata. Toccherà quindi a voi fermarla, ma non desidero che altri leggano il nome che sto per rivelarvi. Capirete perché quando sarete risalito al nome. Per questo vi lascerò un’indicazione che sono sicura solo voi saprete interpretare, grazie alla vostra capacità di induzione. Così come sono sicura che ne farete buon uso. Lascio a voi la scelta di segnalare l’identità della spia a chi riterrete più opportuno. Buona fortuna, mio affascinante amico. Peccato che non abbiamo potuto concludere insieme questa vicenda.

E più sotto 4 righe. Quattro nomi:

Rydberg
Boltzman
Van der Waals
Maxwell

Uriel Qeta mostrò il foglio al comandante, che aggrottò la fronte, perplesso. «Sono dei nomi, nomi di scienziati, per quanto ricordo,» disse Kerensky. «Ma cos’è questa storia della spia? Che rapporto avete avuto con Lirna Kii? È evidente dal messaggio che vi siete parlati.»

«Infatti è andata proprio così,» ammise il planetologo. «Ieri si è seduta al mio tavolino nel salone principale e mi ha confidato qualcosa di molto riservato.»

«E cioè? Mi volete spiegare?» indagò il comandante in tono secco. Era evidente che non avrebbe accettato un no come risposta.

Uriel Qeta gli riassunse brevemente l’incontro che aveva avuto con la giornalista marziana. Ora capiva il senso della frase che Lirna Kii gli aveva lanciato al momento di allontanarsi. “In tal caso, la gloria sarà tutta vostra.” La giornalista gli aveva lasciato gli elementi necessari per individuare la spia, e incidentalmente anche l’identità del suo assassino. Il comandante lo ascoltò impassibile fino alla fine senza interromperlo. Solo quando il planetologo ebbe terminato gli chiese: «Si potrebbe vedere nell’elenco dei passeggeri se c’è qualcuno con uno di questi nomi. Di sicuro nessuno del mio equipaggio si chiama così.»

Il planetologo scosse la testa. «No, non credo che la risposta sia così semplice. Lirna Kii voleva lasciare un messaggio che solo io potessi comprendere, non avrebbe mai scritto semplicemente il nome incriminato tra altri nomi.»

«Tuttavia continuo a non capire perché Lirna Kii abbia reso le cose tanto complicate. Sarebbe stato molto più semplice se si fosse limitata a rivelare il nome,» disse il comandante, alquanto contrariato. «Non vi pare?»

Uriel Qeta sollevò le spalle. «Evidentemente un motivo l’aveva. Forse temeva che il contenuto di questa busta si risapesse in giro. Chissà.»

Il comandante scrollò la testa, non convinto, mentre il responsabile della sicurezza, a un suo cenno, compiva una rapida perquisizione. Lo fece con metodo, da persona bene addestrata, ma non trovò nulla di interessante. Lirna Kii amava viaggiare leggera e tranne una capiente borsa da viaggio non aveva altro bagaglio con sé. Al termine Kadar tornò verso il comandante e Uriel Qeta e allargò le braccia. «Qui non c’è niente che ci possa aiutare,» disse.

«Bene, signor Kadar, allora possiamo uscire.» disse il comandante. «Provvedete a fare sigillare questa stanza e a mettere il cadavere in una cella frigorifera. Ci penserà la polizia di Mariner Point a sbrogliare questo mistero.» Poi, rivolgendosi al planetologo, aggiunse con un sorriso forzato. «Sempre che il dottor Qeta non trovi la soluzione al rebus che Lirna Kii gli ha lasciato.»

Lo guardò come se si aspettasse una risposta rapida. Ma Uriel Qeta non era in grado di dargliela. Quei quattro nomi al momento gli ricordavano solo alcuni famosi scienziati e nulla più.

«Ci devo riflettere,» disse il planetologo.

* * *

Mancavano quattro ore all’arrivo a Mariner Point. Uriel Qeta si fermò un attimo di fronte alla porta del quadrato. Il comandante Kerensky l’aveva fatto chiamare e il planetologo sapeva che cosa gli avrebbe chiesto. Solo che la risposta non sarebbe affatto piaciuta.

Bussò e gli aprì uno steward, che subito dopo uscì. All’interno, attorno al tavolo c’erano il comandante Kerensky, il primo ufficiale Weber, il capo della Sicurezza Kadar, l’ufficiale di approvvigionamento Lopez. Il comandante aveva il volto teso e lo guardò severamente. Era evidente che aveva un diavolo per capello e non si perse in convenevoli.

«Dottor Qeta, mi aspettavo un vostro rapporto prima dello sbarco su quel misterioso messaggio che vi ha lasciato Lirna Kii.» gli disse. «Sono sicuro che lo avrete decifrato ormai. Ci terrei a risolvere il caso prima dell’arrivo a Mariner Point. Questa è la mia nave e amo risolvere da me i problemi di bordo.»

Uriel Qeta si sedette al tavolo anche se non era stato invitato a farlo. Al diavolo, pensò, il comandante pensava di comandare anche lui a bacchetta come se fosse un suo sottoposto. Ma se si era occupato del caso era solo per pura cortesia. Nessuno l’avrebbe potuto obbligare.

«È vero,» ammise il planetologo. «Ma prima di parlare volevo essere assolutamente sicuro. Comunque sarei venuto da voi entro una mezz’ora al massimo.»

Il comandante gettò un’occhiata all’orologio a parete che riportava l’ora standard. «Vi concedo al massimo un quarto d’ora,» disse seccamente. «Poi dovrò occuparmi delle procedure di attracco e sbarco. Quindi vedete di sbrigarvi.»

Gli altri ufficiali di bordo apparvero alquanto a disagio per il tono imperioso del comandante, ma nessuno fiatò. Il comandante Kerensky aveva una meritata fama di mastino scorbutico ed erano abituati ai suoi modi bruschi.

Uriel Qeta decise di prendersela comoda. Che il vecchio facesse pure il duro. Era lui in quel momento ad avere il coltello per il manico.

«In effetti credo di essere giunto alla soluzione,» disse il planetologo con un amabile sorriso. Dalla cartellina che aveva portato con sé tolse il messaggio di Lirna Kii e lo posò sul tavolo, affinché tutti potessero vederlo.

«La risposta che cerchiamo sta tutta in questi quattro nomi, come ha lasciato scritto la giornalista e dal momento che si tratta di nomi di scienziati, è evidente che il meccanismo che ci porta alla soluzione deve essere di tipo scientifico,» continuò Uriel Qeta.

Il comandante si limitò a dire «Avanti,» ma fu ben chiaro dal tono in cui pronunciò quella parola che era sottinteso anche un “si sbrighi e venga al sodo.” La sua mano batté con impazienza su una cartella che aveva davanti a sé e che portava l’intestazione Lista Passeggeri.

Uriel Qeta non fece nulla per affrettarsi. Quello era il suo momento e se lo voleva godere. Pregustava già la faccia che avrebbe fatto tra poco il comandante.

Col dito indicò i quattro nomi sul foglio di Lirna Kii. «Come abbiamo detto si tratta di quattro nomi di scienziati famosi. Ma come possono servire a identificare il nome di una persona presente qui a bordo?»

«Ho già controllato e nessuno di questi nomi corrisponde a nomi di passeggeri,» ringhiò il comandante Kerensky. «Allora?»

«Allora non resta che trovare un minimo comun denominatore tra questi nomi,» concluse serafico il planetologo. «Il primo nome è Rydberg, un fisico illustre famoso soprattutto per i suoi studi sui gas, tanto che ha dato alla scienza la “costante di Rydberg”, una costante fondamentale in spettroscopia, che compare in numerose formule matematiche.» Il dito si spostò sul nome seguente. «Boltzman. Altro fisico famoso, anche lui notissimo per lo studio sui gas e autore della costante di Boltzman dei gas perfetti, legata anch’essa alla costante di Rydberg.»

Il planetologo fece una pausa, ma nessuno fiatò, tranne il primo ufficiale Weber che disse: «E Van der Waals...?»

«Altro famoso fisico che si è occupato molto di gas. E autore di una formula di stato dei gas reali che ancora una volta contiene la costante di Rydberg.» Uriel Qeta sollevò lo sguardo e lo fece passare sui volti dei presenti. Il comandante frenava a stento l’impazienza, ma non disse nulla.

«E veniamo al quarto nome,» continuò Uriel Qeta. «Maxwell. Un fisico scozzese che si è occupato pure lui di gas, della cinetica dei gas per la precisione, ma soprattutto di elettromagnetismo, autore della teoria che unifica le onde luminose e le onde elettromagnetiche. In suo onore l’unità di misura dell’induzione magnetica fu chiamata maxwell. E questo è il nome discorde tra i quattro lasciati scritti da Lirna Kii. Evidentemente l’elemento chiave per risolvere il rebus dell’identità.»

Con un gesto brusco il comandante Kerensky aprì d’istinto la cartellina dell’elenco passeggeri, ma subito dopo la richiuse. «Non c’è nessun Maxwell, a bordo, come già avevo constatato» esclamò irritato. «Dove volete arrivare, dottor Qeta?»

Un ampio sorriso sornione si dipinse sul volto del planetologo. «Alla soluzione, comandante. Alla spia del Fronte che si trova a bordo di questa astronave. Solo che Lirna Kii non ha voluto rendermi le cose facili. Oppure voleva renderle difficili a chiunque altro. Non so. Di sicuro era una donna molto dotata.»

«Forse Maxwell non è il nome giusto,» interloquì l’ufficiale di approvvigionamento Lopez. «Forse la chiave sta in un altro nome.»

«Oh, no.» Uriel Qeta scosse la testa. «Lirna Kii è stata molto accorta. Nel messaggio mi ha lasciato per così dire un indizio di controllo.» Prese in mano in foglio scritto dalla giornalista e lesse: «“Per questo vi lascerò un’indicazione che sono sicura solo voi saprete interpretare, grazie alla vostra capacità di induzione”.» Sollevò lo sguardo verso i presenti. «Induzione, signori, non deduzione. Perché avrebbe mai usato questa parola errata? Lirna Kii era una giornalista famosa, non poteva ignorare la differenza tra induzione e deduzione. Se ha scritto induzione era perché voleva che pensassi a Maxwell e all’induzione magnetica.»

«Che mentalità contorta,» commentò il capo della sicurezza Kadar.

«Ma precisa,» ribatté Uriel Qeta.

Il comandante Kerensky gettò un’occhiata all’orologio di bordo. «Il vostro tempo sta per scadere, dottor Qeta. Basta con questi giochetti, è giunto il momento di fare quel nome... sempre che l’abbiate realmente identificato.»

«Oh, su questo non ci sono dubbi,» disse il planetologo. «Perché, vedete, l’unità di induzione magnetica maxwell appartiene a un vecchio sistema, il cgs, in disuso da un’infinità di tempo. Oggi si utilizza il Sistema Internazionale e questa unità...» La sua testa si girò in direzione del primo ufficiale. «... si chiama weber, proprio come voi, signor Weber.»

Il primo ufficiale balzò in piedi, infuriato. «Come vi permettete...» sbottò, ma Kadar, il capo della Sicurezza, fu rapido a portarsi dietro di lui e lo costrinse a sedere, forzandolo con una mano sulla spalla.

Gli occhi del comandante Kerensky sprizzarono fiamme. «Il signor Weber è un mio ufficiale, non un passeggero,» osservò in tono secco.

«E infatti Lirna Kii non ha affatto detto che la spia dovesse trovarsi tra i passeggeri. Questo l’abbiamo pensato noi. Anch’io all’inizio ho dato per scontato che la spia fosse tra i passeggeri, anzi tra quelli che si sarebbero poi reimbarcati per Encelado. Ma Lirna Kii ha detto testualmente: «“Se questo messaggio giungerà in mano vostra vorrà dire che la spia del Fronte a bordo della Deimos mi avrà eliminata”.

«A bordo, comandante, e a bordo di un’astronave oltre ai passeggeri c’è anche l’equipaggio. Questo spiega anche perché non ha voluto indicare chiaramente il nome nel messaggio. Non sapeva chi l’avrebbe letto e ha pensato che magari potessero esserci motivi di opportunità per non rivelarlo immediatamente. In pratica ha lasciato a me la facoltà di scelta.»

«Quest’accusa dovrete dimostrarla con prove più solide, dottor Qeta,» protestò Weber, pallido di rabbia.

Uriel Qeta lo guardò serafico. «Questo compito non spetta a me, signor Weber. Ma vi assicuro che quando si sa dove cercare si trova sempre qualcosa. A me interessava semplicemente decrittare il messaggio di Lirna Kii e assicurare il suo assassino alla giustizia.»

Il comandante Kerensky si alzò in piedi, con un’espressione corrucciata di rabbia repressa a stento. Doveva considerare un’offesa personale il fatto che il suo primo ufficiale fosse una spia del Fronte Indipendentista Interplanetario e avesse tradito la sua fiducia.

Ma quando si rivolse al capo della Sicurezza di bordo il suo tono era freddo e impersonale. «Arrestate il signor Weber e chiudetelo nella cella di bordo. Lo consegneremo alle autorità di Mariner Point e a quel punto saranno loro a doversi occupare della cosa.» Poi, si girò verso il planetologo, rivolgendogli un sorriso agro. «E grazie a voi, dottor Qeta, per l’assistenza prestata, anche se non posso dire che la soluzione mi abbia fatto felice.»

Ma questo Uriel Qeta l’aveva già previsto.


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